Untitled
(sul nuovo disco dei Social Distortion)
‘Couldn’t help but think this was the beginning of the end.’
Sono sveglio sul divano di casa mia, è appena scoccata la mezzanotte dell’8 maggio 2026, scorro in basso sullo schermo col pollice destro e succede una cosa che sapevo sarebbe successa. Per la mia routine di metà settimana è una cosa piuttosto bizzarra essere sveglio a quest’ora. La vita mi ha costretto a un ritmo circadiano diverso: nanna prima delle undici, sveglia non più tardi delle cinque e mezzo. Il venerdì è permesso di tanto in tanto uno strappo alla regola, e la ragione è quasi sempre il brivido che provo scorrendo in giù con il pollice sul telefono e vedendo comparire il nuovo disco di un gruppo che amo sul mio portale di streaming. La gente della mia età spara spesso cacate sul fatto che oggi è troppo facile e la musica non ha più nessun valore, che non c’è modo di nutrire le passioni eccetera eccetera eccetera; compatisco in silenzio questi discorsi mentre vedo succedere una cosa che aspettavo dal 2011: il nuovo disco dei Social Distortion è disponibile per essere ascoltato. A un tratto sono invaso da una specie di panico e ricordo una cosa che Matteo scrisse nel 2011 su Bastonate, quando Bastonate era un blogghettino letto da un centinaio di persone: ti trovi con il disco e hai paura di suonarlo, perché magari non ti cambierà la vita. Dentro alla testa succedono diverse cose, un po’ in disordine. Sono confortato dall’idea che l’attesa di nuova musica sia ancora in grado di farmi provare emozioni forti, e che siano emozioni diverse da quelle che provavo quando la musica emozionava ancora la maggior parte dei miei coetanei. A un certo punto decido che ascoltarlo ora non avrebbe senso; me ne vado a letto e rimando a domani quella che sarà, ne sono quasi convinto, una cocente delusione. I segnali sono tanti: la prima traccia uscita in anteprima si chiama Born To Kill e dà il titolo al disco; è un pezzo rock’n’roll nella media, con un testo molto discutibile, la produzione troppo leccata, una tigre in copertina che sembra il ripoff millelire di una stampa di Shepard Fairey (fatto da Shepard Fairey, peraltro).
_
Da qualche anno tengo un canale su Telegram in cui scrivo la prima impressione sui dischi che ascolto. È difficile spiegare alla gente perché l’ho aperto, o per essere più precisi è difficile spiegare che non voglio fare la figura di uno che si sente in grado di giudicare i dischi dopo un solo ascolto. Naturalmente per certi dischi quello che penso al primo ascolto è uguale a quello che ne penserò, ma nella maggior parte dei casi serve a mettere in mostra entusiasmi e rancori istantanei che sì, sono destinati a cambiare e spesso anche in maniera drammatica, ma fanno parte dell’esperienza dell’ascolto quanto il resto. Born To Kill lo ascolto di prima mattina, con le cuffie settate al massimo. Poco dopo scrivo sul canale quanto segue:
Il nuovo disco dei Social Distortion esce a 15 anni di distanza dal disco precedente dei Social Distortion, a un anno da un concerto cancellato di cui avevo il biglietto (avevano cancellato perché dopo avermi fatto pagare han deciso che dovevano finire il disco) e insomma, non è un granché. Mancano fondamentalmente due cose: un produttore e i testi. Il produttore a questo giro è Dave Sardy, un mammasantissima con dei dischi stupendi nel CV, ma non uno che sembra particolarmente adatto a far capire qual è la differenza tra un gruppo rockenroll e un gruppo punk che suona il rockenroll. I testi, sì, insomma, Mike Ness ha trovato un modo di stare al mondo, è guarito da una brutta malattia, probabilmente ha sconfitto i demoni e non rimpiange nulla di quello che ha fatto. Sono contento per lui ma in quel rimpianto io ci sono cresciuto e oggi mi pare di aver perso un amico.
Il primo impatto con i Social Distortion mi ha devastato in modi che provare a raccontare mi fa sembrare ancora più stupido di quello che appaio al naturale. È successo con un disco che si chiama White Light, White Heat, White Trash. Parlo spesso di come la musica a noi fanatici abbia cambiato la vita, e spesso in peggio; quando ne parlo ho in mente una serie di band o dischi che a un certo punto hanno scomodato delle parti al nostro interno che forse non sapevamo nemmeno di avere. È una sensazione che abbiamo provato tutti, magari qualcuno l’ha provata con la meditazione; noi ci arriviamo con dei dischi. Ognuno di noi ha una lista diversa da quelli degli altri, e tutti sono degni di starci. Ecco, quando ho ascoltato White Light, White Heat, White Trash dallo stereo usciva una voce che mi diceva tu sei questa cosa qui. Nel caso di specie era la voce di Mike Ness, vale a dire un ex-tossico che era stato in galera e non aveva una singola esperienza di vita in comune con me. Una regola essenziale della meditazione è che non si può stare lì a badare ai dettagli; una regola essenziale della musica è che se stai vago puoi mettere tutta la tua vita in una canzone di tre minuti e mezzo.
I Social Distortion non sono esattamente una band di nicchia. Negli Stati Uniti suonano in posti sold out da migliaia di persone, la critica di genere considera fondamentali almeno i loro dischi degli anni ottanta, e capita spesso di sentire le loro canzoni in qualche film o serie TV. Al contempo, parlando da una prospettiva europea, non parliamo di un caposaldo della cultura americana. Da questa parte dell’oceano il loro culto è fatto di punk ed ex-punk appartenenti a generazioni in cui definirsi “punk” o “ex punk” nel 2026 è indice di una probabile psicosi. Quando vedi il video della gente che canta a un loro concerto capisci che la musica dei Social D è entrata dentro di loro come è entrata dentro di me, e credo che sia la principale trappola in un rapporto tra ascoltatore e artista, la cosa su cui è più difficile negoziare. Si dice che Robert Smith continua a salire sul palco conciato in quel modo perché non vuol essere lui a sbugiardare i suoi fan; suppongo valga lo stesso per Mike Ness, che sul palco ci sale con addosso la tuta da metalmeccanico. Le migliori canzoni dei Social Distortion parlano di quanto è difficile stare al mondo se non sei bravo a far niente.
Il nuovo album dei Social D arriva alla fine di una gestazione che dire lunga è un eufemismo. Come dicevo sopra l’ultimo disco della band (che non è una vera e propria band, a dire la verità: Mike Ness è l’unico autore e padrone del marchio e gli altri membri sono poco più che cottimanti, anche se il nucleo della formazione è stabile da una ventina d’anni) era Hard Times and Nursery Rhymes del 2011 (non il loro miglior album; quello è Sex Love and Rock’n’Roll, il precedente, uscito nel 2004. I titoli degli album indicano anche che l’autore di quei dischi non ha paura di sporcarsi le mani con i cliché, ed è uno dei punti a suo favore). Nei quindici anni di pausa il gruppo ha suonato dal vivo e Ness si è preso cura di alcune major issues della sua vita. Particolare attenzione nelle interviste viene data alla tossicodipendenza del figlio e ovviamente al tumore alla gola che ha dovuto trattare nei primi anni ’20. Born To Kill avrebbe ragione di rimettere in campo la poetica per cui il cantautore di Orange County sarà ricordato: sfortuna, rimpianto, passione, voglia di riscatto. Che nel disco in effetti sono presenti, ma non nel modo e nella misura in cui forse ci si aspettava, e quello che le ha sostituite forse non è quello di cui mi sono innamorato la prima volta che ho sentito Dear Lover. Dieci anni fa ho letto un articolo in cui Ness parlava delle canzoni di White Light, in occasione del ventesimo anniversario del disco. Forse la mia canzone preferita nel disco è la terza, che non ha un titolo (o si chiama Untitled, decida qualcun altro). Ho sempre pensato che fosse una di quelle canzoni che parlano della musica e nella fattispecie del punk rock, ma Ness specifica molto chiaramente che il testo parla di un gruppo di persone che all’epoca lo aiutarono a disintossicarsi e cambiar vita. Questo per dire che prendere dei granchi è una parte fondamentale nella passione per la musica.
Il momento in cui Born To Kill mi è esploso in testa è un momento vero e proprio, nel senso, un istante nello spazio e nel tempo in cui ho sentito che qualcosa stava cambiando. Ascoltavo il disco in auto, come quasi tutti i dischi rock che ascolto. La canzone che stavo sentendo in quel momento era Tonight, ero in macchina e cercavo disperatamente motivi per arrivare a salvare il disco. Non ho idea di cosa sia successo, ma è successo in quel momento. All’improvviso tutti i difetti del disco sono diventati i suoi più grandi pregi. La voce è il pallido ricordo di quella che animava i dischi migliori del gruppo, ma è anche la voce di una persona che ha dovuto imparare dall’inizio come si fa a cantare. La musica, che sembrava fatta di riff rubati ai momenti migliori del gruppo (Tonight è Winners And Losers suonata col tempo di Story Of My Life), diventa un momento di autocelebrazione che in fondo è il centro della poetica dei Social D. Più di tutti, una cospicua parte delle canzoni che fanno parte del disco mostra una coscienza che in passato era invisibile. Il ritornello più celebre mai scritto da Mike Ness dice “close your eyes and it’s past”. All’epoca forse voleva dire una cosa diversa: l’incapacità di tenere insieme i pezzi, un mondo troppo veloce e troppo cattivo, non lo so. Oggi la riascolto e penso voglia dire che i pezzi siamo stati capaci di tenerli assieme. L’argomento principale di Born To Kill è che la vita è com’è, e la mattina dopo ci si risveglia sempre. L’argomento secondario di Born To Kill è che le chitarre sono ancora buone per scacciare i mostri sotto al letto.
(nota per qualcosa che dovrei scrivere in futuro: è egoista pensare che dovremmo essere noi gli autori delle canzoni che lasceremo a nostra memoria)
Quando sopra scrivevo ‘non so cosa sia successo’ sono sincero. Un paio di settimane dopo non riesco a capire bene se il disco dei Social D mi sembri così bello perché finalmente ho capito una cosa che era sotto gli occhi di tutti o perché sono riuscito ad illudermi fino al punto da costruire inconsciamente un castello nella testa con Born To Kill in cima. Che sia una o l’altra cosa non ha tantissima importanza perché a parte un pugno di amici su internet non condivido con gli altri la mia passione per i Social Distortion. Mi sento male ad avere scritto male del disco nel momento in cui l’ho ascoltato la prima volta; da una parte sto cercando di capire se la prima delusione è una parte fondamentale del processo, dall’altra ho appena buttato giù sette cartelle per correggere un errore. Born To Kill, intanto, continua a suonare forte dallo stereo. A volte le cose sono più semplici di come le mettiamo giù.

White Light, White Heat, White Trash preso quando è uscito, nel 96. Di fronte all'urgenza dei miei 16 anni il disco suonava loffio come un band da sagra di paese. Poi sono cresciuto un po' e l'ho amato. Oggi è un disco del cuore. Ci sono punkettoni accasati che Untitled l'han suonato al proprio matrimonio. Ma il gruppo Telegram quale sarebbe?
Belle parole…
No ho ancora ascoltato Born to kill perché ho ordinato il vinile che non è ancora arrivato e sto cercando di evitare lo streaming. Spero mi faccia lo stesso effetto di tutti gli altri album dei Social D che ho ascoltato per la prima volta. Non sono d’accordo sul “migliore” che dici tu, ma tant è… ogni fan ha il suo disco sacro