Sei consigli per non fare un soldo manco per sbaglio con la vostra newsletter
(Non è il capitalismo liberale, è l'umidità)
Usually, people get in contact after what they feel is a negative review. There is no point in starting your discussion with: “You get too much music, so I doubt whether you heard my thing more than once” – I can only reply: ‘how do you know we played it at all?’ Sometimes once is enough, and sometimes a dozen is not. And, no, we don’t record how often we play a specific release before reviewing. If you don’t like reviews to be bad, don’t send anything or simply try to blackmail the reviewer.
Vital Weekly (FAQs)
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Questo mese ho letto cinque o sei newsletter diverse che spiegavano trucchi per incrementare la visibilità il traffico e i guadagni della propria newsletter. I consigli sono saggi e da ascoltare, riguardano soprattutto la sfera attinente a questo nuovo modello economico per cui, a detta ancora di diverse persone, le newsletter a pagamento potrebbero in qualche modo risolvere qualche dramma dell’editoria. Sempre questo mese ho letto cinquanta o sessanta articoli/post/nl che seguono il post con l’estratto conto di Jonathan Bazzi e tutte quelle cose -non credo ci sia bisogno di un riassunto, ma in sostanza nel mese di novembre 2025 i lavoratori della cultura di questo paese hanno mostrato per dieci minuti di essere una classe, di avere problemi comuni e, a quanto mi è sembrato, non tantissime idee per risolverli a parte un generico “dovrebbero pagarci di più”.
(sono d’accordo)
Tanto premesso, è un periodo in cui mi sono trovato spesso a ragionare di newsletter e di soldi e cultura e amore per la scrittura e tutto il resto, e tra una cosa e l’altra mi sono reso conto che Bastonate Per Posta esiste da 11 anni. Certo, coi suoi ritmi e senza massacrarmi la vita, ma è veramente un sacco di tempo, addirittura due anni più del blog da cui ha preso il nome. Potrei perfino sbilanciarmi e dire che è volata. Metteteci anche che due mesi fa è uscito il numero 1500 (e conclusivo) di Vital Weekly, la newsletter che in qualche modo aveva ispirato la nascita di BPP. 1500 numeri vuol dire più di trent’anni di email con recensioni di dischi, perlopiù roba ambient isolazionista stampata in 17 copie. Insomma, ho pensato che secondo me ultimamente si parla troppo di valori economici e culturali e poco di altri valori, e siccome questa cosa di Substack è molto in espansione e sta arrivando tanta gente, che magari ha intenzione di provare ad aprire una newsletter e vedere come va e non si sa mai, ecco, ho deciso di mettere giù qualche consiglio. Che non serve assolutamente a nulla se vi siete già prefissati l’obiettivo di fare di questa cosa il vostro lavoro, ma che potreste invece voler seguire se magari vi solletica l’idea di aprire uno spazio perché avete voglia di scrivere, e di conservare quel tanto di entusiasmo che potrebbe permettervi di avere ancora voglia di aggiornarlo tra una decina d’anni. Premetto due cose per evitare di litigare in seguito:
1 non c’è niente di sbagliato nel mettere in piedi un progetto a pagamento con la speranza di diventare imprenditori di se stessi e svoltare per sempre la propria vita, o anche solo rimediare i soldi per due cene in trattoria. Nel caso, se siete di primo pelo, vi consiglio di abbonarvi a Scrolling Infinito, la newsletter di Andrea Girolami, che ha il pregio di essere molto onesto in merito a quali siano il clima in cui si agisce oggi e il cinismo con cui bisogna muoversi.
2 Da qui in poi mi rivolgerò ad un immaginaria seconda persona plurale, VOI, della quale mi scuso fin da subito.
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1 CONSIDERARE L’IDEA DI FARE UNA COSA GRATIS PER TUTTI, E MAGARI FINANZIARLA TROVANDOSI UN ALTRO LAVORO
Fatta salva la giustezza dei principî astratti sul lavoro culturale che va pagato e tutto il resto, se avete passato dieci minuti nell’industria culturale di questo pianeta, quei principî astratti sapete dove si è costretti ad infilarseli. Proviamo a dirlo facendo il conto della serva di una newsletter di buon successo. Poniamo ad esempio che riusciate, con una campagna poderosa di spam e posizionamento, ad avere 200 abbonati. Poniamo che ognuno di questi abbonati vi dia 50 euro l’anno per un piano tariffario a contenuti speciali, diciamo così. Totale incasso annuale: 10 mila euro. Figata!, giusto? Ok. Ora però state vendendo un prodotto che deve valere 50 euro, intanto per una questione di dignità personale, e poi perché l’anno prossimo dovrete chiedere gli stessi 50 euro alla stessa persona. Se parliamo di musica, ad esempio, 50 euro sono poco meno dei soldi che servono per una sottoscrizione digitale a The Wire per un anno, ovvero la miglior rivista musicale sulla terra, compilata ogni mese da una trentina di persone e passa, e che per il periodo di abbonamento ti garantisce pieno accesso all’archivio storico della rivista, tutto digitalizzato alla perfezione. Ok, The Wire è un esempio virtuoso, ma qualunque cosa riusciate a fare da soli può arrivare a un quarantesimo del valore culturale a dir tanto, e secondo me la cosa va messa in preventivo. Tanto premesso, per arrivare a questo quarantesimo dovete mandare tanti episodi speciali, diciamo un paio a settimana. Tutti mediamente interessanti e arguti, abbastanza da far pensare a Ciccio Pelliccio che è meglio iscriversi alla vostra newsletter che a quella di Hamilton Santià o Federico Pucci o Emiliano Colasanti (cito a caso amici che hanno belle newsletter musicali). Quanto impegno comporta tutto questo? Diciamo 4 ore di lavoro quotidiane nei feriali, secondo me anche di più, ma ok. 20 ore la settimana. Ora riprendiamo in mano l’immaginaria somma dei bonifici che Substack vi ha fatto: 10mila euro, meno la quota che si prende Substack (se non sbaglio è il 10%). 9mila euro, di cui teoricamente la metà va via in tasse, diviso 12 mensilità: 375 euro, divisi per 80 ore al mese, e la vostra newsletter di estremo successo e molto condivisa vi ha fruttato 4,68 euro puliti all’ora. Il conto potrebbe essere sbagliato, ma non di tantissimo. Ora, considerate la cosa in termini di costi opportunità: cosa avreste potuto fare in quel periodo invece di star dietro alla vostra newsletter? Se foste andati a fare i camerieri in nero il venerdì sera nella trattoria del paese dove abitate, probabilmente avreste beccato 70 euro per 5-6 ore di lavoro (nel mensile: 280 euro di incasso pulito, 24 ore lavorate, vino gratis durante il turno). Qui si può iniziare a fare delle ipotesi ardite su quanto valga veramente il lavoro culturale, considerando i soldi in più che prendete ogni mese per fare la newsletter (95 euro) e le ore in più che passate a svolgere il lavoro (56). Il risultato è che per un terzo del tempo a fare la newsletter prendete esattamente quanto a fare i camerieri in trattoria, per i restanti due terzi prendete un euro e 69 all’ora (che a un certo punto iniziano non so perché a sembrare pochi, e allora via libera a sponsorizzate trucide e roba simile, in una newsletter che -ricordiamo- qualcuno paga 50 euro). L’alternativa percorribile: scrivete la vostra newsletter nei ritagli di tempo, solo quando vi va, solo per chi la vuole ricevere, solo gratis; quando non ne avete voglia non scrivete, perché alla fine non dovete niente a nessuno, e se avete bisogno di soldi provate a farli in un modo che abbia più probabilità di farveli arrivare.
2 SCRIVERE QUELLO CHE SI VUOLE
La stragrande maggioranza della roba migliore che leggi in una newsletter, ma parliamo forse di articoli in generale che escono negli anni ‘20 del XXI secolo, non risponde a nessuna logica specifica. La maggior parte delle cose che vale la pena leggere è frutto di inverosimili seghe mentali da parte dei loro autori, che magari in parte cavalcano pure la moda del weird, ma certi livelli di psicosi non si possono fingere. Più in generale, e parlando di musica, l’idea di prendere 10 dischi e recensirli magari ha pure un suo fascino e un suo pubblico, ma a lungo andare si finisce per diventare il trentacinquesimo ad aver mandato una recensione del disco di Rosalia questa settimana, e che palle (parlo in generale, ma anche nel particolare del disco di Rosalia).
3 LE TATTICHE BARBINE DI 20 ANNI FA SONO BARBINE E VECCHIE DI 20 ANNI
A un certo punto ad esempio, eravamo ancora dentro all’era dei blog, era diventato assolutamente essenziale riempire i propri testi di link, grassetti, corsivi, abstract e cose del genere. Non dico che queste cose non funzionino in generale e ovviamente anche io in passato le ho usate in maniera massiccia. Vi chiedo comunque di considerare la possibilità che i lettori delle newsletter si dividano effettivamente come io penso che si dividano: da una parte ci sono quelli che hanno voglia di leggere, dall’altra ci sono quelli che non ne hanno voglia. Scrivere un normalissimo testo, magari inframmezzato da immagini utili alla comprensione etc, è una cosa che aiuta molto il primo gruppo. Se invece pubblico un testo pieno di interruzioni, rimandi, intromissioni, pulsanti ‘condividi’, frasi chiavi evidenziate e clicca qui eccetera, faccio un servizio a della gente che non ne ha mezza di leggere quello che ho scritto, e che in qualche modo ho convinto obtorto collo a stare davanti allo schermo. Ma questa gente di solito non capisce quello che scrivo, provo a dimostrarlo in maniera un po’ scema. Ad esempio se in questo capoverso metto un riferimento completamente fuori contesto a QUELLA GRAN TESTA DI CAZZO DI SUA MAMMA è ragionevole pensare che molti di voi stiano leggendo per la prima volta l’intero capoverso e per la seconda volta le otto parole che ho messo in grassetto maiuscolo. Oggi è abbastanza comune aprire una newsletter, trovare 10 righe di preamboli, un riferimento al numero di nuovi iscritti, un bel tasto per la cosa, due link a gente che ti dà una mano coi soldi, inviti a condividere la newsletter e tutto il resto del cucuzzaro. Niente di male, anche io sono un fanatico totale dei preamboli, ma arriva quasi sempre un punto in cui ci si sente presi in giro.
4 NON È VERO CHE LA GENTE NON LEGGE PIÙ
Sul serio. Andate lunghi. No problem. Scrivete quanto vi pare, allungatevi, prendetevi il tempo di esplorare le enormi distese di cacate insignificanti che si aprono davanti ai vostri occhi una volta che iniziate a baloccarvi con un certo argomento, e io quelle cacate insignificanti voglio leggerle tutte dalla prima all’ultima. Che tra l’altro è un modo per scremare altra gente che non ha voglia di leggere. La teoria secondo cui la gente non legge più come un tempo è portata avanti da gente che non legge più come un tempo.
5 LEGGETE LA ROBA DEGLI ALTRI
Funziona per due motivi. Il primo è che leggendo tante newsletter avete più sollecitazioni, vi rode più spesso il culetto, vi viene più spesso voglia di intervenire eccetera, o come qualcuno ama definirlo, il dibattito culturale. La ragione per cui ad esempio all’epoca dei blog la gente scriveva gratis senza lamentarsi è che sembrava di partecipare a una festa collettiva. Oggi a leggere certe newsletter viene quasi da pensare che non sia stata un’idea dell’autore mettersi a scrivere, ma che si sia creato un movimento dal basso di persone che chiedevano a gran voce un parere di Ciccio Pelliccio sul disco di OPN.
6 NO OBIETTIVI NO ARGOMENTI NO REGOLARITÀ
Come ho detto più volte sopra, sono un discreto lettore di newsletter e ho almeno una cinquantina di iscrizioni attive (tutte con piano rigorosamente gratuito perché in tasca manca mone) (un altro vantaggio di fare una newsletter gratuita è che non ti senti in colpa a non pagare le altre newsletter), e vi assicuro che non mi è mai venuto da lamentarmi perché tizio caia o semproniə non avevano pubblicato il loro pezzo il giorno pattuito -il che alle volte mette un briciolo di tenerezza quando leggi l’autore o autrice che si scusa per non essere stato in orario, presenti inclusi. Nell’economia generale mi sembra meglio buttar fuori un pezzo molto figo ogni tanto piuttosto che cinque pezzi medi con regolarità. L’arbitro della fighezza di un pezzo è il suo autore: se ti piace il pezzo che hai scritto, di solito vuol dire che ci hai messo dentro qualcosa che per te era importante. In questo senso, rispettare un formato è un limite. seguo molte newsletter che dicono tipo “un libro che ho letto, un film che ho visto, un disco che ho sentito”, e alcune sono bellissime sia chiaro, ma ci sono dei mesi in cui non vuoi vedere nessun film e magari vuoi parlare per sessanta righe di quanto sia difficile trovare una macchina del caffè affidabile.
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Ok, direi che non c’è altro. Se avete una newsletter e pensate che mi interessi, rispondete all’email e mandatemi il link. Se avete domande curiosità o dubbi, rispondete all’email e chiedete. Se state per iniziare o avete cominciato da poco, buona fortuna.

Grazie, mi hai appena sollevato molta pressione autoimposta sullo scrivere quando mi pare e piace e unicamente di cosa mi pare e piace. Strano come a volte i ragionamenti personali abbiano più autorità se fatti a partire dal pensiero di qualcun altro.
- Firmato una qualsiasi ragazza con un lavoro a tempo pieno che sta cercando di ritagliarsi del tempo per poter esplorarsi mentre appunta idee sulle note del telefono 🎀
P.S. scopro ora che sei l’autore del basso sfasciato! Sei fantastico
Amen!
Grazie Francesco, sul punto 3 (link, grassetti... e quella roba da blog degli anni 10) e sul punto 6 (cerco di essere puntuale) ci devo ancora lavorare, sono un boomer semplice! Ora vado a re-stackkare almeno 3 punti.
Comunque io penso sempre che se si parla di Selvaggia Lucarelli a destra e a manca è perché casi del genere sono l'eccezione. Perché nessuno, fra i case history di successo, parla mai della trattoria di paese a cui accennavi? Perché fare soldi in quel modo è la regola, farli scrivendo su Substack è l'eccezione a cui molti aspirano, illudendosi.
Ad ogni modo credo che presto vedremo "post sponsorizzati", advertising e stories; allora sapremo che è il momento per andare su Ghost. Di buono, rispetto ad un social tradizionale, c'è che qui la lista degli iscritti è comunque la "tua".
Grazie ancora per questi pezzi!