Contro le apocalissi
It’s just a shame you missed out on rock’n’roll, it’s over.’
Almost Famous
Mi è venuto da pensare l’altro giorno che tutti i discorsi di Fukuyama sulla fine della storia arrivano grossomodo nello stesso periodo (fine ’80, primissimi ’90, roba così) in cui io mi appassiono alla musica, e non credo sia dovuto a questo ma nella musica in particolare ho sempre avuto l’impressione di essere dentro un mondo nel quale tutto era più o meno già successo, l’unica roba con cui ci si poteva eccitare davvero era il prossimo revival e ogni innovazione tecnologica avrebbe accelerato la fine. Il fatto che qualche anno prima le associazioni di categoria facessero girare spot pubblicitari con scritto home taping is killing music indica che la musica stesse morendo da molto prima che iniziassi a dedicarmici seriamente e le catene su Twitter tipo A brief history of music these days isn’t any good spingono a ipotizzare che in fondo la musica contemporanea abbia iniziato a morire il giorno che è nata, e che anzi la definizione stessa di musica contemporanea abbia a che fare con la fine della musica -la musica che ascoltiamo quando la musica sta finendo. Così le cassette hanno ucciso la musica (nessuno l’avrebbe più fatta), e poi i CD hanno ucciso la musica (perché la qualità infima eccetera), e poi ovviamente l’ipod e gli mp3 e tutto quello che è venuto dopo.
Erano tutte scaramucce, ovviamente. In questo momento l’innovazione tecnologica ha cambiato le carte in tavola e moltiplicato a dismisura i detonatori della fine di tutto. Alcuni di questi detonatori sono visibili ad occhio nudo. C’è lo streaming, ovviamente, che sta impoverendo un’intera classe di artisti e rendendo anacronistica l’idea di “album”. Il gusto per la scoperta musicale è ormai soppiantato da playlist precotte generate da algoritmi. Gli artisti non riescono ad andare in tour senza perdere soldi. L’autotune ha reso obsoleta la capacità di cantare. Tra poco le intelligenze artificiali concluderanno il loro ciclo di apprendimento e i dischi AI-generated sostituiranno gli umani. E queste sono solo le preoccupazioni più condivise, ma chi ne sa davvero di musica è in grado di vedere ancora più punti critici. Il 2 luglio, per dire, Ted Gioia ha mandato una newsletter intitolata Record Labels Are Running On Empty. All’interno di un articolo, che sembra copiato di peso dall’Apocalisse di San Giovanni, ci spiega perché dovremmo essere preoccupati dal fatto che Warner Music e Bain Capital abbiano annunciato una joint venture per finalizzare l’acquisto di cataloghi musicali, in maniera simile a quello che è successo con i Pink Floyd o Bruce Springsteen (la teoria è che in sostanza la musica passa dai suoi proprietari a mostri finanziari che la possono gestire in maniere che aprono a pratiche di hedging e simili, in sostanza rendendo i cataloghi il centro di una bolla che in tanti avranno interesse a fare scoppiare, o qualcosa del genere).
A volte sembra quasi di essere in un mondo in cui tutti hanno bisogno che finiscano le cose. Lo sforzo giornalistico per trovare la prossima apocalisse sembra quasi aver sostituito quello che una volta impiegavamo per trovare i nuovi Led Zeppelin. Ma nella quotidianità delle nostre vite è sempre più difficile capire come possano convivere le fosche previsioni di cui sopra con altri dati di cui leggiamo, o semplicemente ci lamentiamo, nel nostro quotidiano. I tour sono costantemente in perdita ma i concerti di una certa dimensione sono molto spesso sold out, e i biglietti continuano ad aumentare di prezzo (non so se ricordate le affermazioni di Michael Rapino, che in un panel per addetti ai lavori citava i biglietti per le partite NBA come esempio a cui guardare). Ci si lamenta del fatto che oggi troppa gente pubblichi dischi, che non ci sia il filtro. Ci si lamenta che le persone ascoltino troppa roba a casaccio e senza soluzione di continuità. Soffriamo il moltiplicarsi di cofanetti e collector’s edition, in barba alla fine dei cataloghi. Sfottiamo chiunque si azzardi a pubblicare un disco con copertina AI-generated, e via di questo passo. Se dovessi pensare ad istituzioni economiche, grandi fondi o aziende che investano con vigore sul collasso del mercato musicale, non me ne viene in mente nessuna. Per dirla come gli americani, nessuno degli apocalittici sta mettendo i suoi soldi dove ha messo la bocca.
Probabilmente è un meccanismo di autodifesa, immagino simile alle persone che stanno dentro a relazioni infelici o ricattatorie, non lo so -non ho vera esperienza in questo settore. Voglio dire, mi rendo conto di possedere migliaia di CD che sul mercato oggi valgono zero, e quindi forse il CD non ha mantenuto la promessa del futuro che aveva fatto ai tempi. Ma in tutti questi anni non mi è mai capitato di comprare un compact-disc con l’intenzione di rivenderlo, e se voglio ascoltarli posso ancora farlo. Quindi forse mi è andata meglio che a qualcun altro, o magari questo qualcun altro non esiste. Il presente è segnato sicuramente da un sacco di problemi, ed è vero che qualcuno sta spacciando per autentica musica fatta in maniera non autentica, ed è vero che con lo streaming al momento non si guadagna mica così tanto e che per un certo tipo di band andare in tour è un’esperienza economicamente disastrosa. Però secondo me bisogna anche cercare di capire che questi problemi sono dei sottoprodotti, degli effetti forse indesiderati, di evoluzioni sociali e tecnologiche che hanno portato dei benefici. Nel 2025 ascoltare musica e fare musica è più facile di quanto non lo sia mai stato, e quindi la gente ascolta più musica, e fa più musica. Forse una volta le grandi etichette facevano davvero da filtro naturale e non permettevano agli scrausi le condizioni per realizzare certi dischi -ma guardate al catalogo di una major qualsiasi nei tardi ottanta e venitemi a dire che oggi stiamo peggio.
Suppongo che anche questa sia una chiave di lettura: il pessimismo è un meccanismo di autodifesa. L’industria musicale è forse la più celebrativa tra quelle che frequento. I produttori di birra non fanno finta di salvare il mondo. Ok, qualcuno sì, ma in generale si limitano a imbottigliare le birre e venderle. La celebrazione del grande musicista passa per forza attraverso lo svilimento dei musicisti non grandi, e se iniziamo a tenere bordone a questi discorsi, come dire, mettersi a celebrare acriticamente il passato è a un grado di separazione, e poi arrivano il rifiuto del presente e le previsioni della fine del mondo. Ho il sospetto che la paura dell’apocalisse sia la principale scoria prodotta da questa industria e che a questo punto della storia la questione dello smaltimento sia diventata un problema di primissimo piano di cui non parla nessuno -se riuscissimo a liberarci di un po’ di paura, magari sarebbe più facile convogliare le energie per concepire nuovi sistemi di retribuzione per la musica in streaming, o nuovi modi per andare in tour, o nuovi codici etici per l’utilizzo della tecnologia eccetera.
Ok, questo sarebbe il consueto episodio di fine anno dell’anno nuovo, in cui mi costringo ad un proposito per l’anno che verrà. Sono propositi personali e servono un po’ da chiave per inquadrare meglio le riflessioni che vi toccherà leggere, would you choose to, nel 2026. Insomma: il mio proposito per l’anno a venire è di smettere con la circospezione e il pessimismo, cercare di immaginare (anche solo come ipotesi) che l’industria musicale non abbia tutta ‘sta fretta di suicidarsi, e provare a mettere il dubbio in testa a qualcun altro.
Se riesco entro fine anno faccio anche una lista di dischi da recuperare, ma non contateci troppo.
